Il mio approccio alle organizzazioni

Ho lavorato per 10 anni nell’ambito delle organizzazioni, e in particolare per 8 anni per un importante gruppo europeo di consulenza privata. Quest’esperienza mi ha portato a chiedermi quanto efficaci siano, per i clienti, gli interventi dei consulenti. Richard Sennet, noto sociologo americano, già nel 2000, nel suo “L’uomo flessibile“, notava che la moda delle ristrutturazioni aziendali ad opera delle grandi società di consulenza non solo non sembra produrre, nel medio periodo, alcun beneficio per l’azienda, ma anzi ne intacca gravemente il capitale umano. Sulla scala più piccola degli interventi nelle PMI di cui mi sono occupato, mi sono reso conto che vi è un problema sostanziale nel rapporto tra consulente e organizzazione.

Quando era l’organizzazione stessa a esprimere un bisogno specifico, ben determinato, e a contattare noi consulenti, l’intervento era diretto al punto, era valutabile e quantificabile anche in termini monetari. Per esempio, se un’azienda aveva bisogno di ristrutturare il sistema logistico, con l’obiettivo di guadagnare un tot% di efficienza, la nostra società inviava un esperto che studiava il caso e proponeva una soluzione. Con una metafora, quando era il paziente a contattare il dottore, e gli indicava il punto dolente, il dottore era in grado di fare una buona diagnosi e di prescrivere una buona cura. Questo tipo di interventi, però, era estremamente raro, perché è raro che l’organizzazione si rivolga a dei consulenti per propria iniziativa.

Nella maggior parte dei casi, infatti, le aziende di consulenza e formazione preparano dei prodotti, dei cosiddetti “pacchetti” consulenziali, che vanno poi a proporre alle organizzazioni, cercando di convincere queste ultime dei vantaggi irrinunciabili che potranno trarne. In pratica, sono i consulenti e i formatori stessi a creare il bisogno, un  po’ come se, nella metafora di poc’anzi, fosse il dottore un bel giorno a bussare alla nostra porta, ci mostrasse i suoi portentosi rimedi e poi ci dicesse: “scommetto che se lasci che ti visiti, trovo che hai bisogno di qualcuna delle mie medicine”. Nella mia esperienza, la maggior parte di questi interventi si rivelava di impatto limitato per l’azienda, era scarsamente o per nulla monetizzabile e non dava origine a buone prassi che fossero poi mantenute anche a intervento concluso.

Io sono un counsellor gestaltico e, come risulta evidente dalla metafora del dottore, trovo corretto, funzionale e sano che sia il cliente a riconoscere per primo l’esistenza di un bisogno. Non è necessario che tale bisogno sia perfettamente inquadrato: può essere anche solo un’impressione vaga, indefinita.
Esiste infatti un terzo caso di rapporto tra esperto esterno e organizzazione: quello in cui la direzione o il management dell’organizzazione sono consapevoli che c’è un problema, ma non sanno bene di cosa si tratti. Come quando si ha un fastidio nel corpo che non si comprende bene, magari ne parlano con i colleghi e con gli amici, cercano in modo asistematico un sollievo; forse consigliati da qualcuno, finalmente consultano l’esperto esterno, e si confidano, un po’ come potrebbe capitare se, annoiati su un treno, si scoprisse che il vicino di posto è un dottore, e se ne approfittasse per confidargli di avere qualche perplessità su un nuovo dolorino.
Qui sta la differenza. Il consulente tradizionale o cercherebbe di vendere uno dei suoi magnifici pacchetti, o ne creerebbe uno ad hoc; non ha scelta, perché è vincolato dalla necessità di produrre economie di scala per aumentare la marginalità degli interventi.
Quel che però serve all’organizzazione è un’onesta e attenta analisi della situazione e una soluzione altamente specifica.

Nei miei interventi di counselling nelle organizzazioni, lavoro sulle persone, sulle dinamiche relazionali formali e informali, stando genuinamente con la singolarità della realtà organizzativa in cui mi trovo a operare, e proponendo non soluzioni dall’alto, ma interventi concertati, condivisi e da realizzare insieme alle persone che ogni giorno animano quell’organizzazione.

Come in qualunque altra situazione in cui mi trovo a intervenire (e in linea con la mia formazione in counselling della Gestalt e Mindflness), mi approccio all’organizzazione senza preconcetti o soluzioni predefinite, per stare con quello che vi trovo. Ogni organizzazione può infatti essere vista come un organismo composto dalle persone che vi lavorano, ognuna con le proprie risorse personali, e dalle relazioni che uniscono queste persone. Lavorando con le persone sia sulle persone stesse, sia sulla rete di relazioni tra di esse, è possibile dare il massimo valore all’intervento – valore che sarà riconosciuto da tutti coloro che vi sono stati coinvolti.

Se hai un dubbio, un sentore, un fastidio che ti pungola, non aspettare oltre: puoi parlarne con me, senza impegno, al 377 9403286.