La questione del tempo nella contemporaneità

10 febbraio

tempo che correIn fisica tempo e spazio sono intrecciati, e il tempo può essere visto come ciò che è necessario per attraversare un certo spazio. Oggi, come fa notare Z. Bauman in “Modernità liquida”, la quasi istantaneità dei passaggi di informazione tramite software determina una svalutazione dello spazio, che si fa del tutto immateriale, nonché un’accelerazione del tempo, inteso come ritmo di vita. Quest’ultimo era già stato percepito enormemente accelerato al principio dell’epoca industriale; oggi siamo arrivati al paradosso di ammalarci per correre dietro al tempo che ci sfugge, ovvero dietro alle tante attività che richiedono la nostra attenzione. L’ozio, inteso sia come il dolce far nulla di J. K. Jerome; sia come il momento per gli antichi greci da riempire con le arti, la politica e la filosofia; sia ancora come il “carpe diem” oraziano, è sostituito da un sempre più effimero “tempo libero”, che in realtà va subito occupato con una qualche forma di attività.
Tralasciando in questa sede ogni considerazione sociologica o filosofica, il risultato dell’accelerazione del tempo conduce, in effetti, a un paradosso che quotidianamente esperiamo. Da un lato, infatti, vi sono la vita e la sua inevitabile conclusione, ed è lecito affermare, come fa Domenico De Masi, che i progressi spirituali e materiali mirano a liberare l’uomo da miseria, fatica, noia, dolore e, in ultima analisi, dalla morte stessa, che infatti si sposta sempre più in là negli anni. In altre parole, lavoriamo per vivere e viviamo per star bene. Dall’altro lato, tuttavia, i ritmi della società contemporanea occidentale, uniti ai valori dominanti della competitività e dell’individualismo, ci impongono una lotta continua e stremante, ovvero ci obbligano a vivere per lavorare e a lavorare per accumulare (beni, conoscenze, esperienze).
Ne deriva che viviamo in una società prospera come nessuna società del passato, eppure molti arrivano a sviluppare malattie dovute al fiato corto di chi troppo si affanna: problemi cardiovascolari, attacchi d’ansia e di panico, depressione, tumori e, non ultimi, i disturbi dell’alimentazione e l’obesità, anch’essi parzialmente dovuti a una fretta costante nel nutrirsi.
Sembrerebbe dunque che ci si sia liberati dello spazio soltanto per diventare schiavi del tempo. In realtà, riappropriarsi del tempo è possibile, ma è possibile ad una condizione altrettanto paradossale: che smettiamo di FARE per concentrarci sull’ESSERE. Normalmente ci viene consigliato, per avere più tempo, di fare qualcosa, per esempio di organizzarci meglio; in realtà il tempo, prima ancora che una funzione di ciò che facciamo, è inevitabilmente una funzione di come intendiamo noi stessi, e soltanto a partire da un cambiamento in questa dimensione possiamo immaginare di trasformarci da schiavi del tempo a suoi padroni.

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